Manifesto sulle scuole di scrittura onesta
di Stefano Brugnolo
Piccola scuola di scrittura creativa
www.lanternamagica.org
sbrugnolo@libero.it
* Una scuola di scrittura è essenzialmente una scuola di lettura. In questo senso va subito detto che insegnare a scrivere è praticamente impossibile. Dipende in definitiva da fattori imponderabili: da quanto e come si è letto, da quanto si è 'vissuto', viaggiato, amato, da quanto ci si è guardati intorno e dentro, ecc. Insegnare a leggere, o, per meglio dire, a rileggersi, questo sì è possibile. Un allievo che esce da un corso di scrittura onesto dovrebbe avere imparato i fondamentali dell'arte della lettura critica. Altrimenti può senz'altro ritenere di essere stato imbrogliato.
* Per lettura critica si intende una cosa semplice: divenire consapevoli e magari responsabili del proprio modo di scrivere. Molti che vengono ai corsi di scrittura non lo sono affatto: scrivono e basta. Scrivono come camminano, come mangiano, come viene viene. Automaticamente, meccanicamente. Un corso di scrittura dovrebbe dunque servire a disautomatizzare (la parola è brutta ma efficace) l'atto della scrittura.
* Tanto per intenderci, una delle forme più semplici e fondamentali di un buon corso di scrittura-lettura è la ricerca collettiva del mot juste. Ci si sofferma su un aggettivo 'sbagliato', si motiva tale effetto, si cerca insieme un aggettivo che sia quello esatto, dopo averne scartato un bel po' che andavano quasi bene. Similmente ci si potrebbe, ci dovrebbe comportare con la punteggiatura d'una frase, d'un paragrafo: prendendo in esame le virgole, i punti, ecc. Un corso di scrittura dove non si affrontino mai problemi di questo tipo, non è onesto (parola che ricorrerà spesso).
* E allora tanto per sbrigarci con questa parola equivoca, due righe di spiegazione: sì, un corso di scrittura-lettura dovrebbe insegnare l'arte della scrittura onesta, e cioè d'una scrittura che non suoni vacua, pretenziosa, generica, che insomma sia adeguata allo scopo espressivo che ci si propone, che sia appropriata, pertinente, incisiva. Perciò propongo di sostituire l'espressione scrittura creativa con l'espressione scrittura onesta.
* Collegato al punto precedente è il prossimo: che non ci si dovrebbe porre subito l'obiettivo di scrivere racconti, poesie, romanzi, commedie, ecc. Ci si dovrebbe porre prima di tutto l'obiettivo di scrivere bene. Di scrivere bene una lettera, una pagina di diario, un appunto di viaggio, un pensiero, un volantino. Il buon docente di scrittura dovrebbe far amare la scrittura in tutte le sue forme, soprattutto nelle sue forme minime, umili, di servizio. Chi punta subito al romanzo, chi punta subito alla pubblicazione e snobba le scritture gratuite e semplici, chi non s'impegna a scrivere con correttezza e grazia un biglietto d'auguri, chi non piglia nessun piacere dalla composizione d'una singola frase fluente, chiara, pertinente, chi trascura le questioni di punteggiatura e di sintassi, colui va energicamente duramente scoraggiato, va trattato per quello che è, un essere velleitario, una madame Bovary della scrittura.
* Insisto: esiste una moralità della scrittura e questa moralità dovrebbe ispirare il lavoro del buon didatta di un corso di scrittura. Facciamolo dire a Calvino: "...mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Alle volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l'uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze". E prosegue così: "La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto. Per questo il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di avvicinarsi alle cose (presenti o assenti) con discrezione e attenzione e cautela, col rispetto di ciò che le cose (presenti o assenti) comunicano senza parole". Queste parole di Calvino dovrebbero costituire una specie di viatico per ogni didatta di un corso di scrittura e spingerlo a tentare di guarire i suoi allievi dalla malattia che induce quasi tutti noi a usare il linguaggio in modo "approssimativo, casuale, sbadato". Che i corsisti si convincano perciò: non si tratta di imparare a scrivere romanzi (questo nessuno può insegnarglielo), ma di imparare a fare un buon uso del linguaggio, un uso "esatto, nitido, icastico", per dirla ancora con Calvino (e questo almeno si può far venire la voglia di impararlo).
* Facciamo ora un passo avanti. Chi insegna in un corso di scrittura e chi partecipa a un tale corso deve saper apprezzare e praticare, consapevolmente o inconsapevolmente non importa, una modalità di lettura di tipo analitico-razionale. In altre parole deve essere convinto che si dà la possibilità di discutere razionalmente un testo, e perciò stesso di migliorarlo tenendo conto di eventuali obiezioni e critiche pertinenti e attendibili. Chi invece è convinto che un testo o piace o non piace e buona notte (vedi lo stupido detto secondo cui non è bello ciò che è bello, ma ciò che piace), bé, quello farebbe meglio a non iscriversi a un corso di scrittura (tanto meno a insegnare). Va da sé che questo atteggiamento analitico-razionale non dev'essere quello tipico del critico che spacca il capello in quattro, ma semplice, diretto. Faccio un esempio tratto da un corso: "Non capisco come mai il personaggio decide di lasciare la moglie. Fino a quel punto pareva che l'amasse. Credo che manchi un passaggio che motivi la sua decisione. A meno che tu volessi creare un effetto di sorpresa. Ma in quel caso devo dirti che si tratta d'una sorpresa gratuita che mi ha lasciato freddo ecc. ". Il docente deve per primo dare l'esempio usando appunto un linguaggio naturale e incisivo.
* Riprendendo le fila del discorso traiamo questa prima conclusione: se so leggere, rileggere criticamente quanto scrivo posso migliorare il mio modo di scrivere, di narrare. Altrimenti no, altrimenti mi ripeto all'infinito. Ne discende un corollario: tutti coloro che sono convinti di saper scrivere di getto e di non aver bisogno di rileggersi e di correggersi sono invitati a non frequentare i corsi di scrittura. Perderebbero il loro tempo e lo farebbero perdere agli altri.
* Adesso un consiglio pratico: perché una seduta di lettura funzioni bisogna che siano presenti un certo numero di persone. Non troppe, non troppo poche. Meno di dieci cominciano a essere troppo poche. Più di venti cominciano a essere troppe. Una quindicina di persone garantiscono una certa vivacità e una molteplicità proficua di punti di vista, di confronti, di scambi, ecc. Ne discende un corollario: che è bene che i corsisti siano vari per età, professione, cultura. Una classe troppo omogenea o troppo specializzata non è rappresentativa. La narrativa è per eccellenza un'arte democratica, non rivolta agli specialisti, ma agli appassionati di storie, che ce n'è in ogni angolo del mondo. A un partecipante a un corso di scrittura si deve chiedere solo questo: di provare il gusto di leggere e/o raccontare storie. Tutto il resto è superfluo. Un corso frequentato da soli letterati è destinato al fallimento.
* In un gruppo è importante che ci sia un buon turn-over tra lettori e scriventi. Che cioè volta per volta lo scrivente sia anche lettore e viceversa. Ciò rende i singoli corsisti più tranquilli: in fondo tutti partecipano al gioco. Nessuno gioca solo a fare l'osservatore esterno. Però: scrivere dev'essere una libera scelta. Se al corsista gli viene la voglia, bene. Altrimenti va bene lo stesso. A un patto: che il corsista non-scrivente non si impalchi a giudice e arbitro implacabile. Il suo atteggiamento a quel punto sarebbe sentito come disonesto e imbarazzante.
* Consiglio: è bene che il docente dia i compiti per casa. Cioè che sulla base di brani letti e di questioni poste (la descrizione, il dialogo, il flusso di coscienza, ecc.) inviti i corsisti a produrre un testo pertinente. In altre parole non si lasci liberi i corsisti di scrivere quel che pare e piace a loro. Ciò per tre ordini di motivi: 1. Si tratta di corsi dove non si insegna l'ispirazione ma un po' di mestiere, un po' di trucchi e tecniche, e questo lo si può fare solo se ci si 'esercita', se si affrontano questioni ben definite: "evoca un'atmosfera inquietante; racconta una scena collettiva (festa, cena, ecc.); descrivi un amplesso sessuale; ecc." 2. La creatività scatta solo se vincolata: più sono i vincoli e meglio è per imparare il mestiere (si ricordi che la diffusione del verso libero ha enormemente aumentato il numero dei poeti dilettanti, convincendoli che fare poesia è la cosa più facile di questo mondo, ma anche il numero della poesie brutte, sciatte, ecc.; quando c'erano i vincoli del metro e della rima c'erano meno poeti ma anche meno versi malfatti; come a dire che il metro era un vincolo produttivo); 3. L'esercizio protegge lo scrivente che non deve 'esprimere se stesso', 'tirare fuori l'anima', 'creare', ecc., (tutte aspirazioni 'disoneste' per definizione), ma costruire un manufatto su commissione, anzi su consegna del docente. Insomma non è in questione la personalità dello scrivente ma la sua 'bravura' di apprendista che impara l'arte. Un'opinione del tutto personale: è meglio leggere più testi per volta. Ciò rende meno drammatico l'esame di ogni singolo testo e rende possibili utili confronti per analogia o per contrasto.
* Una considerazione non fondamentale ma che mi piace fare: leggere in classe un testo è uscire dalla solitudine, anzi dal solipsismo della scrittura, trasformarla in atto comunicativo. Chi dice che scrive per se stesso mente, si scrive sempre per gli altri, magari per i posteri. Leggere davanti agli altri è una prova di coraggio che va rispettata. Gli altri sono estranei, non sono legati a noi da vincoli di parentela, amicizia, amore. Ciò li rende tendenzialmente obiettivi e severi anche se amorevoli e comprensivi (si è tutti nella stessa barca). Da quel momento in poi il testo non è più di chi l'ha scritto e letto, ma della classe che lo usa come si usa un attrezzo ginnico, per allenarsi appunto. In altre parole diventa un testo-pretesto utile per esercitarsi, per smontarlo, rimontarlo, tirarlo da una parte, tirarlo dall'altra, ecc. Resta naturalmente che il legittimo proprietario è chi l'ha scritto e nessun altro. Diciamo che l'ha prestato ai corsisti per lo spazio d'una lezione.
* Regola tassativa: chi ha scritto e poi letto il suo testo è invitato a tacere. Ad ascoltare ciò che gli altri hanno da dire sul suo racconto, senza interromperli, senza correggerli, senza risolvere dubbi e incertezze sollevati da questo o quel lettore. Un testo deve difendersi da sé, non può essere accompagnato per mano dal suo autore. Quando noi compriamo un libro non compriamo anche lo scrittore in qualità di commentatore autorizzato dell'opera. Dunque quel che arriva al lettore arriva senza mediazioni spiegazioni o note a piè di pagina. E' molto difficile far mandare giù questa regola allo scrivente, che sarebbe portato a intervenire ogni volta per difendere il suo racconto, come una cagna difende il suo cucciolo: "non hai capito quel che volevo dire, adesso ti spiego..." Ma è sbagliato perché così perde l'occasione di vedere in presa diretta "l'effetto che fa" quel suo racconto a una comunità di lettori estranei (non composta cioè da mamme, fidanzati, fratelli, ecc.), e tuttavia attenti, rispettosi, ben disposti.
* C'è una cosa importante da tenere a mente a questo proposito. Questa: quando si discute un testo non si tratta di stabilire chi ha ragione e chi ha torto, come in un dibattito politico o filosofico o d'altro tipo. Spesso certe discussioni nei gruppi si ostinano a volere affrontare problemi di verità (di intenzione vera) e non di funzionalità: "non hai capito davvero quel che volevo veramente dire...". Si tratta solo di sapere se il problema posto è interessante, è degno d'essere tenuto in considerazione dal punto di vista pratico, dal punto di vista della resa del racconto: "vi chiedo: vi pare che il finale 'chiuda' davvero il racconto, o che alcuni elementi restino come in sospeso, poco elaborati?"; "secondo voi quel personaggio parla davvero come un giovane o il suo eloquio è un po' troppo impostato?". Ciò che conta insomma è sollevare la questione perché la classe si possa fare un'idea di quelli che sono i problemi che uno scrittore può e deve affrontare se vuole narrare. Non è importante stabilire chi ha ragione e chi ha torto. Perché alla fine chi ha scritto il suo testo deciderà lui che farne (lasciarlo così, cambiarlo, buttarlo, ecc.). Facciamo un altro esempio: si scriva una lettera d'amore e la si discuta in classe. Ebbene il problema è di affrontare questo tipo di scrittura con piglio strategico. Non è che si deve scrivere in un modo o nell'altro (una lettera come un racconto non è mica un teorema). I modi sono mille. Limitiamoci a discutere la strategia discorsiva, cerchiamo di capire se chi scrive è consapevole di questi problemi strategici, se li sa affrontare, se ne tiene conto. Non si deve 'dimostrare' niente. Si deve solo esaminare bene la questione rendendola materia di riflessione. Poi si abbandoni senz'altro la disputa (appena in una classe tira aria di disputa bisogna interromperla).
* Allo scrivente si chiede solo di prendere seriamente in esame le obiezioni che gli sono state rivolte. Le reazioni a caldo dei suoi compagni gli sono comunque utili e valgono come un primo test circa gli effetti che produce il suo racconto. Solo alla fine del giro dei lettori è concesso allo scrivente di dire la sua. Ma senza rispondere colpo su colpo alle obiezioni, come si fa in un dibattito scientifico o politico, senza pretendere di dare l'unica spiegazione valida e autorizzata del testo presentato, ma solo per stabilire una specie di bilancio che prenda atto delle differenze e divergenze tra il piano delle intenzioni di scrittura e il piano dei risultati, anzi degli effetti di lettura (di buone intenzioni è fatto il cammino che conduce all'inferno...estetico). Se uno scrivente afferma che i suoi lettori non hanno capito niente, che dovevano piangere e invece hanno riso, ecc. dimostra di non voler fare tesoro delle critiche; non sono loro che non hanno capito, è lui che non s'è fatto capire. Una specie di corollario: chi legge e critica non deve mai chiedere allo scrivente cosa intendeva dire o significare in quel tal punto del testo. Faccia lui delle ipotesi e inviti gli altri a fare altrettanto. Va da sé che a tali domande lo scrivente non deve mai rispondere, ma caso mai rispondere con una controdomanda: e tu cosa ne pensi?
* Evitare come la peste d'essere generici, suggestivi, oracolari, di formulare principi astratti di poetica o peggio di filosofia della scrittura, dell'ispirazione, della vita... Evitare naturalmente di essere ideologici o prescrittivi o tromboni... Adottare un punto di vista artigianale, da falegname: questo testo va limato, aggiustato, ripulito, ecc.
* Tutti corsisti sono tenuti a seguire in questo lo stile del docente. Perciò: chi critica non deve richiamarsi a criteri di gusto o poetica, mai. Del tipo: "la tua è una scrittura barocca, io preferisco lo stile secco, alla Hemingway". E chi se ne frega dei tuoi gusti, scusa! In altre parole: il lettore deve umilmente accettare il genere, il 'mondo' narrativo scelto, 'aperto' dallo scrivente e poi giudicare i risultati come appropriati o no alla decisione iniziale di aprire questo o quel 'mondo' (fantascientifico, realistico, poliziesco, ecc.). In altre parole se un corsista decide di raccontare una storia 'rosa' chi lo legge deve accettare senz'altro quella scelta, anche se non la condivide, e poi limitarsi a valutare se lo scrivente è riuscito o meno a raccontare una buona storia rosa. In altre parole ancora: il lettore si sintonizza più che può sulla lunghezza d'onda dello scrivente. Dopo che l'ha fatto è libero di porre questioni e avanzare riserve. Certo, ci si può rifare all'esempio di questo o quel grande scrittore, ma non per mostrare allo scrivente quanto quello sia più bravo di lui (bella scoperta!), bensì per mostrargli come quello scrittore abbia affrontato e magari risolto problemi strutturali (di trama) o linguistici-stilistici simili ai suoi. Insomma questi esempi vanno fatto con lo spirito pratico di chi orienta lo scrivente, indirizzandolo da maestri capaci di insegnargli trucchi e tecniche utili per lui.
* Evitare come la morte di scivolare da un piano fattuale a un piano psicologico, imputando a chi scrive o ai suoi personaggi complessi, blocchi, resistenze ecc. Del tipo: "questo testo non funziona perché tu esprimi le tue difficoltà nelle relazioni con le donne, o con gli uomini, o con i bambini, o con i cani". Sono qui di rigore alcune accortezze; per esempio: anche se un testo è evidentemente autobiografico bisogna evitare di parlare dell'io-protagonista come se fosse immediatamente l'io-scrivente; si dica sempre "il protagonista", "il personaggio", ecc. Che cos'è in definitiva la narrativa se non l'arte di affrontare i grandi temi dell'esistenza attraverso degli io-simulati? I corsisti non mettono in gioco il loro vero io (come in una psicoterapia) ma i loro io simulati. Ah, dimenticavo: eviti a sua volta lo scrivente di giustificare la mancata accettazione incondizionata di un suo testo con attribuzioni all'altro di inconfessate resistenze; tipo: "tu non puoi capire questo racconto gay, femminista, terzomondista, ecc. perché non sei omosessuale, donna, extracomunitario ecc." Il presupposto di ogni scuola di scrittura-lettura è implicito ma definitivo: le buone storie hanno un impatto tendenzialmente universalistico, e cioè piacciono a 'tutti' e non solo a quelli che fanno parte della comunità, gruppo, clan, partito, ecc. più o meno piccolo, più o meno grande, dentro cui il testo è nato. Ancora: si eviti lo scivolamento dal piano della fiction a quella della realtà: questo accade quando qualcuno si riferisce ai personaggi come esseri esistenti, che esistono fuori del testo: "forse lei l'avrà tradito perché non si sentiva compresa abbastanza"; "lui avrà agito così perché come tutti gli uomini è più interessato al lavoro che alla famiglia"; "forse lui e lei dopo che si sono lasciati si faranno un'altra vita e saranno finalmente felici". Lui e lei sono personaggi fatti di parole, sono 'segni' non 'esseri', vanno giudicati solo in quanto e per quanto esistono dentro e grazie al testo, tutte le ipotesi vanno costruite perciò a partire dal testo.
* Butto lì una critica a uno degli argomenti 'difensivi' più largamente usati nei corsi di scrittura. Tu mostri a un corsista alcuni presunti punti deboli della sua storia e lui infrangendo la regola aurea del silenzio ti dice: "ma è una storia vera! E' una storia che è capitata a me, a mio zio, a mio nonno, ecc.". Come a dire: come ti permetti di criticare una storia vera! Una storia vera va presa tale e quale è! Ora qui bisogna essere drastici: non esistono storie vere scritte. Certo, io ammetto che una storia può essere capitata davvero, ma quel che ci interessa in un corso di scrittura (che non è l'aula di un tribunale) è come la costruisco io che la narro quella certa storia, da dove comincio, dove finisco, cosa comprendo, cosa taglio, ecc. Insomma il problema è sempre lo stesso: la costruzione della storia. In un gruppo di scrittura-lettura sempre e solo di questo si discute: di come si costruiscono le storie. Solo quella è materia pertinente. Se vogliamo quel che conta insomma non è mai la verità delle storie, ma la loro verosimiglianza, che è un criterio relativo, relativo a un codice (esiste una verosimiglianza del fantastico, per esempio), e non mai a un dato grezzo di partenza.
* Fondamentale, talmente fondamentale che si tratta d'una ripetizione appena variata d'un concetto già espresso altre volte: chi critica ha il dovere d'essere pertinente, di portare esempi, di motivare in termini razionali le sue riserve. Se per esempio qualcuno dice: mi pare che tu fai troppo uso di cliché, il docente deve immediatamente invitarlo a fare degli esempi e a motivare il suo giudizio (magari quell'uso del cliché voleva essere intenzionale e ironico). Solo così il lettore-critico darà una mano allo scrivente. A questo proposito si ricordi quanto segue: chi scrive e legge il suo scritto è inevitabilmente poco incline a accettare le critiche (il testo è il prolungamento del suo Io); ora, una critica anche dura, anche spietata è accettabile, almeno in parte, se essa si basa su una lettura attenta, concentrata, rispettosa. Chi mi ha letto con tanta attenzione in fondo ha dimostrato spirito di servizio e abnegazione e non animosità preconcetta nei miei confronti. Se invece qualcuno ci fa fuori con un giudizio generico e sbrigativo ci offende e ci impedisce di prendere in considerazione seriamente e umilmente i nostri difetti.
* D'altra parte questo vale anche per una critica positiva. Se qualcuno dice di un testo che è bello, che gli è piaciuto, ecc. dice qualcosa che ci può dare soddisfazione solo a metà. Ciò che ci piace è sentire che uno ha amato un nostro testo per certe precise ragioni. Solo un atto di lettura intelligente e davvero rispettoso della lettera e dello spirito del nostro testo può soddisfarci in profondità.
* A questo proposito una avvertenza: il docente non debordi. Faccia il maieuta non il guru. Lasci parlare un po' tutti. E' importante: per quanto lui sia un lettore specializzato e autorizzato, non può mai svolgere la funzione che svolge una vera libera comunità di lettori.
* In qualche occasione il docente deve dire davanti a una obiezione: "che cosa faresti fare tu al personaggio, come finiresti tu la storia, ecc." Insomma non si tratta di solo di vedere i difetti ma anche di proporre i rimedi.
* Chi critica deve rispettare il lavoro dell'altro anche quando quest'ultimo è scadente. E cioè: non ci si deve mai riferire a un presunto livello standard (assoluto) di valore. Ogni scrivente può aspirare a una scrittura ottimale per lui, per le sue capacità, per le sue risorse, per la sua immaginazione. Come a dire che esiste una 'perfezione' relativa a cui ognuno può aspirare proprio perché è, sarà la sua 'perfezione'. Dunque: evitiamo di stabilire una scala di valori assoluti, ma riferiamoci sempre e solo a valori relativi. Non esistono un abbigliamento o un acconciatura o un trucco belli per tutti, ognuno deve trovare quel modo di abbigliarsi acconciarsi truccarsi che sia il più adatto a lui, a lei. Così con la scrittura. Chiunque può scrivere una buona lettera o una buona pagina di diario se solo riesce a esprimersi con naturalezza e giustezza. Questo dovrebbe essere l'obiettivo (onesto) d'una didattica della scrittura cosiddetta creativa.
* Si sia tutti convinti che c'è da imparare molto da qualsiasi testo, e che anzi più un testo è zoppicante e più possiamo imparare dai suoi difetti di fabbricazione. Spesso accade che partecipino ai corsi i cosiddetti grandi lettori, che, abituati alle raffinatezze di Proust o di Joyce, storcono il naso davanti al racconto un poco sbilenco di Giovanni o Gabriella. Bisogna convincerli subito che qui si gioca a un altro gioco. Prendete una frase mal fatta e provate a aggiustarla fino a farla funzionare, a farla girare; ebbene avrete imparato sull'arte della scrittura molto di più di qualsiasi lettura sofisticata. Mentre il grande lettore ha un atteggiamento sacrale davanti ai grandi testi del passato, il partecipante ai corsi di scrittura è per definizione un 'profano' : quello che ha davanti non è infatti un testo stampato, finito, ma appunto un testo aperto, correggibile, migliorabile, non-finito per definizione. Questo lo induce a aguzzare l'ingegno, a far funzionare l'immaginazione, ecc. Un testo bello e finito ci induce invece a essere passivi, a commentarlo dall'esterno, a esprimere solo la nostra ammirazione o il nostro dissenso, senza poterci fare nulla.
* Ritocco un punto già sfiorato: si faccia tutti, ma il docente più degli altri, un uso limitatissimo di concetti critici troppo specifici, si usino piuttosto termini del linguaggio comune. Quando si ritiene opportuno o perfino necessario adoperare un termine tecnico, si apra una parentesi e lo si spieghi subito. Non si dia niente per scontato. E anzi: è opportuno scoraggiare quegli allievi che vogliono dare bella mostra di sé facendo sfoggio di letture e conoscenze sofisticate. Si faccia conto che l'enciclopedia di base dei corsisti non è mai troppo ricca. O meglio: le enciclopedie di riferimento sono le più varie (quella dell'ingegnere, quella della casalinga, ecc.). L'unica competenza condivisa su cui possiamo contare è la competenza narrativa che è universale (si è detto giustamente che noi apparteniamo alla specie homo narrans); ne deriva che chiunque è in grado di comprendere le questioni legate alla gestione della narrazione: si lavori perciò su questa competenza universale, con la convinzione che certe nozioni (personaggio, suspence, atmosfera, ecc.) sono senz'altro trasmissibili a patto di venire ben esemplificate e esplicitate.
* Una conclusione provvisoria: un corsista uscito da un corso onesto di scrittura onesta deve essere guarito dalla fastidiosa smania di scrivere scrivere scrivere (pubblicare pubblicare pubblicare), che pare crescere e dilagare, dovrebbe avere un atteggiamento più consapevole umile e responsabile, e sapere che scrivere è un atto complesso che richiede concentrazione lavoro pazienza e umiltà (scrivere vuol dire ri-scrivere). Chiunque frequenti un corso di scrittura senza diventare drasticamente consapevole dei propri limiti ha speso inutilmente i propri soldi; è stato ingannato o persiste perversamente a autoingannarsi. Dovrebbe uscire dal corso molto disincantato circa le sue possibilità di diventare uno 'scrittore', ma magari stimolato a continuare a essere uno 'scrivente', e cioè qualcuno che sia pur faticosamente e imperfettamente lavora sulla scrittura, tentando di renderla più comunicativa e adeguata possibile: che bella cosa dire le cose che si sono viste o sentite in modo esatto chiaro e incisivo! Come un esercizio utile e benefico, ma privo di secondi scopi (la fama...). Talvolta ci capita in mano una lettera, un appunto di diario, una nota d'uno sconosciuto e siamo stupiti dalla loro semplice bellezza: quella donna quell'uomo ci hanno lasciato una fuggevole ma indimenticabile testimonianza scritta della loro esistenza. Ecco a cosa dovrebbero mirare le scuole di scrittura: a rendere capaci di scrivere pensieri e storie che letti per caso, tra un anno o tra cento, suscitino l'interesse dello sconosciuto ipotetico e casuale lettore: insomma dovrebbe insegnare a scrivere 'per l'eternità' (il che anche significa a scrivere qui e adesso, senza pretese né illusioni, per il puro gusto di farlo: "Cara Maria, ti scrivo per salutarti e dirti...").









